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Don Domenico Pogliani: un servo di Dio fra gli ultimi

Celebrazioni per il centenario del fondatore della Sacra Famiglia: don Domenico Pogliani

Don Domenico Pogliani: un servo di Dio fra gli ultimi
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Di Ersinija Galin

“Domenico e la nebbia”, di Margherita Antonelli e Paolo Giorgio è lo spettacolo teatrale che si è tenuto al Cinema Teatro Cristallo di Cesano Boscone giovedì 16 settembre scorso per celebrare il centenario della morte di don Domenico Pogliani (1838-1921),  fondatore di Fondazione Sacra Famiglia onlus di Cesano Boscone, una grande opera per i più fragili, attiva ancora oggi.

Nel suo monologo, l’attrice Margherita Antonelli, ha ripercorso la vita di Domenico Pogliani dal suo arrivo a Cesano Boscone fino alla sua fine. Fondazione Sacra Famiglia ha realizzato questo evento in collaborazione con Teatro de Gli Incamminati e con il patrocinio e contributo del Comune di Cesano.

Don Marco Bove, presidente della Fondazione Sacra Famiglia,  ha introdotto lo spettacolo salutando il pubblico e le personalità presenti in sala: il Sindaco di Cesano Boscone, Simone Negri; il parroco don Luigi Caldera e l’on. Mariapia Garavaglia, presidente dell’Associazione Amici di Sacra Famiglia impegnata da anni nella promozione della causa di beatificazione, ancora in corso, di Monsignor Domenico Pogliani.

Alla conclusione dello spettacolo, accolto da un caloroso e lungo applauso Paolo Pigni, direttore Generale della Fondazione Sacra Famiglia ha omaggiato l’attrice con uno splendido mazzo di fiori prima di passare la parola per un saluto a monsignor Franco Maria Agnesi, presente tra gli ospiti.

 

Margherita Antonelli impersona la benefattrice Maria Monegherio

 

Margherita Antonelli, attraverso il suo monologo, ha illustrato agli spettatori i vari momenti salienti della vita di monsignore Pogliani e la creazione della sua opera attraverso le voci di coloro che hanno contribuito maggiormente a realizzarla, ovvero le “sue donne”: la perpetua Adelina, la prima grande benefattrice Maria  Monegherio e  le suore di Maria Bambina. E non ultima la Divina Provvidenza.

 

Ma soprattutto ha sviscerato attraverso lo spettacolo il  grande spessore umano di don Domenico, che da prevosto, impegnato anche nei ritiri spirituali nel Duomo di Milano, viene inviato come parroco in un paese della campagna padana, avvolto nelle nebbie. Qui don Domenico ha l’umiltà di riiniziare da capo, di rimettersi in gioco, di svolgere il suo lavoro di “servo di Dio” e di dedicarsi agli ultimi, di cui non si occupano né le istituzioni né la famiglia: i bambini abbandonati a sé stessi mentre i genitori sono al lavoro nei campi e gli emarginati, gli anziani, i malati gravi , i malati di mente e  gli storpi.

Don Domenico è un uomo determinato e un grande visionario. Riesce  a vedere oltre il suo tempo terreno e a realizzare un’opera che oggi conta oltre 5.000 assistiti nella sola sede di Cesano Boscone.

Tutto ciò che realizzerà è documentato minuziosamente negli appunti che affida ai suoi quaderni: pagine e pagine fitte di disegni e parole, dove si possono trovare i progetti  degli edifici realizzati, ma anche scritti di economia dedicate alla gestione e al funzionamento dell’ospizio e dell’asilo e sebbene non fosse un medico, metodi innovativi di cura per i suoi assistiti.

Per coprire molti dei costi si impegna in prima persona, facendo economie e risparmiando, ma anche andando a bussare alle porte di tutti i numerosi benefattrici e benefattori. Maria Monegherio è la sua prima e più grande benefattrice, lo aiuta a fondare l’asilo che porta il suo nome e regala i terreni 12 pertiche, quasi un ettaro, per gettare le fondamenta della Sacra Famiglia. Ma Don Domenico non si ferma qui:  progetta e realizza una sorta di autogestione dove gli abili al lavoro passano il loro tempo tra i campi, i laboratori artigianali, alcuni in funzione ancora oggi,  e le stalle per fornire il necessario per il fabbisogno giornaliero alla struttura e per permettere agli ospiti di occupare il tempo in modo costruttivo. Non dimentica la necessità dello svago per risollevare lo spirito dopo una giornata di lavoro e fa realizzare degli spettacoli teatrali sulle sacre scritture.

Persino gli ambienti da lui progettati non dovevano  dare l’idea della prigione, dovevano essere sì spazi protetti verso l’esterno ma non da chiuderne la visuale. Ecco che i muri sono abbastanza bassi da permettere di vedere oltre, la chiesa è costruita in modo tale da mettere anche agli allettati in condizioni di seguire la funzione dai propri giacigli, il tutto in un ambiente pieno di armonia e bellezza.

Inoltre è visionario nel modo di trattare gli ultimi, proprio nel pieno dello spirito cristiano “ama il tuo prossimo come te stesso”, attento alle esigenze e alle capacità dei singoli , per poter migliorare le loro condizioni, e con grande attenzione alla persona. Nessuno dei suoi assistiti deve subire misure coercitive. Allo stesso tempo si rivela un uomo umile  con tutte le sue fragilità, come quando in uno dei suoi quaderni si trovano gli appunti scrive “E’ una voce interiore mi dice che questo progetto non fallirà. E’ la mia brama che mi dice questo”? Don Domenico è un essere umano consapevole delle proprie debolezze, ma pronto a superarle per raggiungere, attraverso la fede, un bene superiore, donandosi interamente agli altri.

La  Sacra Famiglia, fondata nel 1896 è passata attraverso la  Rivoluzione Industriale, due Guerre Mondiali, per arrivare ai giorni nostri ancora efficiente nella sua missione: essere vicino agli ultimi per alleviare le loro sofferenza, una missione ancora oggi importante in un periodo post pandemia, che ci ha rivelato quanto la sofferenza e la fragilità possa essere un dramma per coloro che devono affrontarla da soli.

 

Lo spettacolo è replicabile su richiesta.

Chi fosse interessato può scrivere a: comunicazione@sacrafamiglia.org

 

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